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La disparità di trattamento lavorativo tra uomo e donna non è un problema solo italiano, un dato eclatante e poco confortante arriva dalla vicina Svizzera, spesso presa ad esempio quale modello di benessere e efficienza. Il problema come in Italia è più accentuato per le donne che lavorano alle dipendenze di privati, generalmente l'applicazione puntuale dei contratti collettivi di lavoro nella pubblica amministrazione non consente discriminazioni di genere che invece si verificano in altri contesti in cui sono maggiori i margini di discrezionalità. In Svizzera, a parità di mansione e formazione, le donne ricevono compensi inferiori rispetto ai colleghi maschi mediamente di 684 franchi al mese in meno. Un divario salariale inspiegabile, nel 2018 era circa l'8,1%  in meno, questo è l'ultimo dato messo a disposizione dall'Ufficio federale di statistica. La situazione, in Svizzera, non migliora nemmeno dopo il pensionamento, si legge in una nota diffusa da sindacaliste e rappresentanti di sinistra della Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio nazionale: "La discriminazione subita dalle donne durante la loro vita lavorativa, a causa di salari più bassi o di attività a tempo parziale, si accentua ulteriormente al momento della pensione”, Le donne svizzere che sono andate in pensione nel 2019 hanno ricevuto, mediamente, uno stipendio pari a 1'160 franchi, una cifra decisamente bassa rispetto ai 2'144 franchi degli uomini. Dati che si commentano da soli e che a 30 anni esatti dallo storico sciopero femminile che fu proclamato in Svizzera per il 14 giugno 1991, ora come allora numerose persone sono tornate a manifestare in diverse città della Confederazione elvetica per rivendicare migliori condizioni di lavoro, un sistema pensionistico più idoneo e una maggiore tutela della maternità. 

Salvatore Pizzo