Angelo Spinillo vescovo Carissimi Confratelli nel sacerdozio,
carissimi Fratelli e Sorelle nella fede,
Amici e Amiche che forse non condividete la nostra stessa fede ma che, come noi, amate la verità e sperate nella vita e nel bene,
Voi tutti, uomini e donne con i quali abbiamo la grazia di vivere in questa meravigliosa terra che il Creatore ci ha donato come casa no-stra, casa che Egli ha sognato e ha voluto accogliente per tutti,
il prossimo 19 marzo 2019 saranno venticinque anni dall’uccisione di Don Peppino Diana. Avvicinandoci a questa data, sento il bisogno di condividere con tutti voi, in qualsiasi forma siete partecipi della vita della nostra comunità, alcuni pensieri.
Vorrei che dalle mie parole potesse trasparire la fraterna amicizia che, ancora in questa ricorrenza, mi fa desiderare di incoraggiare e sostene-re le fatiche ed il cammino che ciascuno vive quotidianamente, nella fedeltà alla giustizia e alla verità, per rendere la nostra terra, la nostra casa veramente feconda, “Campania felix”, abbondante di vita.
Fu questo l’auspicio che, all’Angelus della domenica 20 marzo 1994, il giorno seguente l’uccisione di Don Peppino Diana, espresse il Papa San Giovanni Paolo II: “Voglia il Signore far sì che il sacrificio di
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questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto (cfr. Gv 12,24), produca frutti di sincera conversione, di operosa concordia, di solidarietà e di pace”.
Mi piace riprendere l’auspicio del Santo Papa per riconoscere che dopo venticinque anni tanto cammino è stato fatto, e, allo stesso tempo, per ribadire quanto ancora abbiamo bisogno di sincera conversione alla verità e alla giustizia, quanto abbiamo bisogno di purificare pensieri, sentimenti, progetti, volontà, e quanto abbiamo bisogno di concordia, di dialogo rispettoso e propositivo per diventare solidali nel bene, per essere autentici operatori di pace… figli di Dio (cfr. Mt 5,9).
Non possiamo negare che ci sono ancora tra noi terribili forme di asso-ciazione malavitosa e di camorra, come non possiamo negare che nella nostra società permane un diffuso modo di pensare e di agire che cerca di soddisfare in forme illecite un drammatico bisogno di sopravviven-za. Purtroppo, ancora oggi, sembra che il sottomettersi ad un qualche capo, ad un qualche “boss”, offra più immediate utilità che non la ri-cerca della libertà di essere persone che dialogano per il bene comune, che sentono di essere una comunità che condivide il cammino nella giustizia e nella verità per essere tutti protagonisti della vita sociale e del cammino della storia.
La memoria di Don Peppino Diana e del suo sacrificio deve essere per noi tutti come una rinnovata chiamata a superare le logiche di un vive-re ancora rassegnato alla prepotenza e all’illegalità, e un reale e più efficace incoraggiamento a sviluppare, con serena franchezza di dialo-go, una vitale unità di intenti e di azione orientate al bene comune.
In questa direzione mi piace riprendere, quasi come una profezia, le parole che pronunciò il Vescovo Lorenzo Chiarinelli nell’omelia per la messa esequiale di Don Peppe Diana: “Nessuno può riuscire da solo: da solo ciascuno potrà al più sopravvivere, non vivere e tanto meno
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costruire il futuro… Conservare la sua memoria è continuare ad ope-rare il bene. Quanti avete ricevuto da lui, ora in suo nome donate. E il cammino continuerà… voi, fratelli parroci di Casal di Principe, vi sie-te voluti bene, avete lavorato insieme, insieme avete pregato e sperato. Coraggio! Il vostro compito, spesso umile e silenzioso accanto alla gente, è quello di amare e servire… Crescerà l’impegno, la dedizione, la generosità. Si può interrompere un’attività ma non si può spegnere un ideale, una fede, un amore” (F. Angelino E. Rascato (a cura), Nel solco della speranza, LER 1995, pg 29).
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I - Profeti per amore
1. Un grido antico: “Per amore del mio popolo non tacerò”
In questi venticinque anni tante volte abbiamo sentito risuonare queste parole. Come tutti sappiamo, sono le parole del Profeta Isaia (62,1) che i Vescovi della Campania avevano scelto, già nel 1982, come titolo di un loro documento di ferma condanna della “camorra”, e che Don Pep-pino Diana riprese nel famoso scritto “Per amore del mio popolo”, che, con la firma di tutti i Parroci della zona pastorale di Casal di Prin-cipe, fu distribuito ai fedeli nel Natale del 1991.
Dobbiamo riconoscere, con sincero rammarico, che, di solito, siamo superficiali, non accogliamo con la dovuta attenzione le proposte, gli inviti, le esortazioni, la parola della nostra Chiesa su ciò che è vera-mente il bene. Infatti, nel 1982, il documento dei Vescovi rimase quasi ignorato dalla maggior parte della popolazione campana e anche da tanta parte della nostra comunità ecclesiale. A volte mi sono chiesto quale risonanza avrebbe avuto il testo, tanto tenacemente voluto da Don Peppe nel 1991, se non ci fosse stato il tragico evento della sua uccisione. Forse sarebbe stato anch’esso rapidamente dimenticato.
Non essere sempre attenti all’ascolto della parola, all’ascolto dell’insegnamento della nostra Chiesa, è il nostro grave peccato, è la causa di ogni peccato.
Abbiamo bisogno di educarci all’ascolto della verità, della giustizia, del fiorire del bene. Abbiamo bisogno di educarci ad una maggiore
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sensibilità a ciò che è crescita, sviluppo della vita, a respirare la bellez-za della bontà delle cose, della natura che è intorno a noi. Abbiamo bisogno di educarci a riconoscere e apprezzare l’impegno e la tensione alla libertà di partecipare al bene che è in ogni persona. Abbiamo biso-gno di educarci a riconoscere quanto bene vivono e quanta bontà ci offrono tante persone vicine a noi, che fanno la stessa strada che per-corriamo noi e che con la loro parola e il loro esempio ci incoraggiano e ci sostengono. Lo ha scritto Papa Francesco: “Ringrazio per il bell’esempio che mi danno tanti cristiani che offrono la loro vita ed il loro tempo con gioia. Questa testimonianza mi fa tanto bene e mi so-stiene” (EG 76).
2. L’amore non tace, annuncia giustizia, chiama a salvezza
“Per amore del mio popolo non tacerò”, è un’espressione che risuona nei nostri animi con grande intensità e, di solito, concentra la nostra attenzione sul “non tacerò”, intendendolo come un’azione di denuncia che spontaneamente deve sgorgare dall’amore per il popolo che vive nelle difficoltà.
Ed è vero: l’amore è sguardo che si rivolge all’amato e lo cerca, è at-tenzione che ascolta e percepisce ogni respiro, è incontro vero con la vita. Da parte sua, poi, Colui che ama non tace il suo amore, lo manife-sta con tutta la sua forza, in ogni suo gesto, lo proclama con tutta la sua speranza di donare vita all’amato.
Colui che ama è sempre profeta di vita, annuncia con gioiosa fiducia la pienezza di bene cui la vita è orientata e chiama con ansia e con intima sofferenza alla vigilanza nella lotta contro il male e contro i suoi tragici sviluppi.
Il “non tacerò”, allora, non è soltanto la denuncia dei mali e dei perico-li in cui si dibatte il popolo amato da Dio, ma è anche l’annuncio della sua più autentica vocazione, della bellezza e della ricchezza della veri-tà del bene cui è chiamato.
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L’inizio del capitolo 62 del profeta Isaia, nella forma completa, recita:
“Per amore di Sion (del mio popolo) non tacerò,
per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo,
finché non sorga come aurora la sua giustizia
e la sua salvezza non risplenda come lampada”.
Il popolo amato è chiamato ad alzare lo sguardo, a credere nella giusti-zia che sarà per lui salvezza e luce che ne illuminerà i passi e tutta la vita. Il popolo amato è chiamato a credere nella giustizia, cioè a rico-noscere e ad aderire alla presenza di Dio, alla sua volontà. Questo sarà salvezza per il popolo tutto. Il Profeta, poi, nel corpo dello stesso capi-tolo, sviluppa l’annuncio della dignità di vita nuova di cui Dio viene a rivestire il suo popolo, finalmente liberato da ogni forma di sottomis-sione a poteri che, sempre, tentano di condizionarne l’esistenza. Per questo, al versetto 19 conclude:
“Li chiameranno Popolo santo,
Redenti del Signore …,
Città non abbandonata”.
Il profeta non si limita a denunciare il male che condiziona e soffoca ogni possibilità di vita del popolo, che è amato dal suo Dio, ma annun-cia allo stesso popolo quale è la sua vera vocazione, la vocazione che si realizzerà pienamente per la libera e consapevole adesione di ciascu-no alla presenza di Dio, alla sua volontà, alla sua misericordia.
Nel giugno del 2014, Papa Francesco, visitando la Calabria, ebbe a di-re: “Quando non si adora il Signore si diventa adoratori del male, co-me lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza. La vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato… La Chiesa de-ve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedo-
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no i nostri ragazzi, ce lo domandano i nostri giovani bisognosi di spe-ranza. Per rispondere a queste esigenze, la fede ci può aiutare” (Papa Francesco, Omelia della S. Messa, Sibari 21 giugno 2014).
Il profeta è colui che riconosce la presenza Dio, ne ascolta la chiamata, orienta tutto il suo vivere nella ricerca e nella partecipazione al suo a-more. Per questo, con lo stesso, generoso e totale amore del suo Dio, il profeta ama l’umanità e, mentre annuncia con fiducia e speranza il be-ne che Dio desidera condividere con il suo popolo, con la stessa e più sofferta passione ne denuncia i mali, ne accusa il peccato e le tentazio-ni di prepotenza e di egoismo che causano sofferenze alle vittime e precipitano nel nulla i superbi, gli illusi dominatori che si fanno servi dell’idolatria del potere e del denaro.
Proprio il documento redatto da Don Peppino Diana per il Natale del 1991, in piena sintonia con quanto era già stato annunciato dai Vescovi campani nel 1982, ci offre ancora un’efficace indicazione circa la vita e la missione del profeta:
“Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venir me-no. Dio ci chiama ad essere profeti.
Il profeta fa da sentinella, vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3, 16-18);
il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
il Profeta invita a vivere, e lui stesso vive la solidarietà nella sofferen-za (Genesi 8, 18-23);
il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3. Isaia 5)”.
Su questo argomento Mons. Raffaele Nogaro, Vescovo emerito di Ca-serta, in un suo libro ha scritto: “È il vigore del Profeta che denuncia l’ingiustizia presente, che annuncia e pratica ‘la conversione’, che me-diante la preghiera assicura la grazia e il soccorso del Signore” (R. Nogaro, Peppino Diana, il martire di Terra di lavoro, Trapani 2014, pg 46).
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3. Profeti “preoccupati”
Come abbiamo detto, l’annuncio del Profeta nasce dal suo amore, dal desiderio di bene per tutto il suo popolo. Per questo amore il profeta sarà realmente “preoccupato” (come leggiamo nelle parole dei Vescovi campani e nel messaggio di Don Peppe e dei sacerdoti di Casal di Prin-cipe) per le gravi situazioni di sofferenza che vengono denunciate, con-seguenza del male e del peccato da cui sempre deve poter essere purifi-cata e redenta l’umanità.
Il male, quel peccato del mondo che per le sue prepotenze, sempre mi-nacciose di morte, consiglierebbe ai prudenti di defilarsi scivolando nell’indifferenza, non trova mai distratto il Profeta, anzi, come il cuore di Dio, lo trova pronto ad offrire attenzione, amore sempre più grande, una passione più intensa, una sofferenza dell’anima capace di arrivare fino all’offerta del proprio sangue.
Nel loro documento del 1982, i Vescovi della nostra regione avevano specificato che, come pastori della Chiesa, non erano solo preoccupati per le azioni violente messe in atto dagli uomini della camorra, ma an-che per coloro, soprattutto giovani, che l’abbaglio del denaro e della forza poteva attirare a farne parte, e ancora per il diffuso senso di ras-segnazione al male e di impotenza a combatterlo. “La preoccupazione non si limita ai fatti di violenza, già di per sé gravissimi, ma si fa dolo-re per la diffusione, le motivazioni e le conseguenze del fenomeno del-la camorra: tanti giovani attirati nelle sue spire; tante famiglie gettate nel dolore e nella disperazione; tante attività produttive soffocate dalle estorsioni; tante vite stroncate; e una diffusa rassegnazione tra le po-polazioni, quasi si trattasse di una calamità ineluttabile!”.
Anche le Conferenze Episcopali di Calabria e di Sicilia, a fronte delle tristezze e della disperazione di tante vittime della prepotenza delle or-
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ganizzazioni malavitose, a più riprese, negli anni, hanno espresso, con drammatica partecipazione, il dolore di tutta la Chiesa. E i Vescovi, con senso profetico, nella sofferenza, hanno sentito di non poter tacere quell’amore per il popolo al quale, nel nome del Cristo, Signore della vita e della storia, sono stati inviati per annunciare la speranza e la sal-vezza.
Nella nostra Diocesi di Aversa, due mesi dopo il suo ingresso, il Ve-scovo Chiarinelli, indirizzando alla città ed alla diocesi la sua prima Lettera Pastorale dichiarò: “Non è possibile tacere su alcuni gravi pro-blemi del nostro territorio, tra i quali… il diffuso costume camorristico che avvolge e corrode come un tumore pervasivo, il contesto sociale”, e con le parole del Profeta Aggeo (2, 1-5) invitò a reagire “coraggiosamente e coralmente”, e annotò: “è necessaria una vasta opera di sensibilizzazione… la coscienza della responsabilità deve so-stituirsi all’omertà” (L. Chiarinelli, Coraggio popolo tutto, L.P. 1993, pg 27, 30-31).
La sofferta attenzione dei pastori campani per la vita del loro popolo, si faceva invito profetico alle comunità cristiane della nostra Regione, perché di fronte al “fenomeno della camorra” vivessero la consapevo-lezza di “essere una vera contrapposizione, un’autentica proposta di civiltà… lasciandoci formare da Cristo nella preghiera, nella Parola di vita, nei sacramenti, nella vita comunitaria, così che Cristo, per la nostra fede e il nostro amore, sia il cuore della Campania”. E sulla stessa linea, il testo del Natale 1991, diceva: “Come battezzati in Cri-sto, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo inve-stiti in pieno della nostra responsabilità di essere «segno di contraddi-zione»… chiediamo… alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo profeti-co affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzi-no nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giusti-zia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam 3, 17-26)”.
Credo sia giusto evidenziare come, particolarmente nell’ultima espres-
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sione citata, si indichi la meta verso cui la Chiesa dovrà orientare il suo apostolato profetico: “produrre nuova coscienza…” utilizzando gli strumenti “della denuncia e dell’annuncio”.
Il “… non tacerò”, che sgorga, vitale, da un infinito “amore” per il pro-prio popolo, è azione profetica che mai distoglie lo sguardo dalla situa-zione in cui vive l’umanità, ne denuncia e condanna con chiarezza e forza i limiti, i peccati e le contraddizioni che la soffocano nel male, ma anche invita alla conversione, ad alzare lo sguardo alla verità del bene, a mettersi in cammino verso un nuovo e più giusto modo di vive-re, verso la vita che Dio vuole per i suoi figli.
È il modello tipico della profezia biblica: a nulla sarebbe valsa l’azione di Mosè se, denunciando l’oppressione del Faraone sul popolo d’Israele, non avesse potuto chiamare la sua gente a mettersi in cammi-no verso una terra nuova in cui celebrare e vivere con libertà la pro-messa di essere l’umanità alleata con il suo Dio, chiamata a partecipare ad una sempre nuova creazione del mondo.
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II - Mai rassegnati all’ordinaria sottomissione
4. Non più rassegnati a vivere di illecito
Il tempo trascorso dall’uccisione di don Peppe Diana ad oggi è stato fecondo per tanti aspetti positivi, ma ha evidenziato anche grosse diffi-coltà che restano da affrontare per promuovere un autentico sviluppo umano e sociale del territorio. Riconosco di non essere sufficientemen-te attrezzato per dare giudizi sicuri e non pretendo di dare una lettura esaustiva della nostra realtà, dei cambiamenti che sono avvenuti e del percorso che si è sviluppato. Mi pare, però, di poter dire che se la ca-morra continua ad esistere in gruppi organizzati che tendono ad impor-re la loro prepotenza sulla società civile, ancora più pericolosa, e molto diffusa, è una mentalità abituata a regolare ogni cosa con la logica del-la forza e dello sfruttamento. Sembra si sia concretizzato ciò che Don Peppe Diana e gli altri sacerdoti di Casal di Principe temevano quando scrissero: “la camorra… tenta di diventare componente endemica nel-la società campana”.
Dopo oltre venti anni, con appassionata quanto realistica efficacia, Mons. Raffaele Nogaro ha descritto l’origine ed ha constatato il perma-nere continuo di mentalità camorrista nella vita del nostro territorio: “È la camorra. Non tanto un deperimento organico della società loca-le quanto una serpe che succhia il sangue della gente e mette il veleno nelle coscienze. In questo territorio, per diverso tempo, si era preferito convivere con la delinquenza organizzata. Incuteva terrore e nel con-tempo poteva offrire qualche vantaggio. Diventava, così, sempre più appetibile il gusto dell’illegalità nell’animo del nostro popolo” (R. Noga-ro, o.c., pg 58).
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Negli anni la presenza e le attività della camorra si sono trasformate, o, come meglio si dice, si sono evolute, pare che abbiano sviluppato altre capacità di azione imprenditoriale. L’intervento massiccio delle forze di Polizia e della Magistratura, con la condanna e l’incarcerazione di tanti membri di gruppi camorristici, e soprattutto dei loro capi storici, ha ridimensionato le forme di azione violenta tendente al controllo del territorio o all’affermazione di un gruppo su un altro, ma certamente non ha debellato in maniera definitiva il fenomeno. Si ha, anzi, la triste impressione che nuove presenze tendano con forza a farsi strada nel voler assumere un predominio nella gestione di affari illeciti.
Ed è proprio la logica dell’illecito, ampiamente diffusa nella nostra re-altà sociale, a condizionare negativamente, nelle cose quotidiane, tanta parte della nostra vita e ad essere sicuro ambito di gestazione di pretese camorristiche individuali e di gruppi organizzati.
Ciò che è illecito, purtroppo, sembra sempre promettere e assicurare dei vantaggi a chi lo pratica e, per questo, nel giudizio comune, viene ad essere come giustificato. L’illecito segna la sopraffazione dell’interesse privato sul bene comune e, ordinariamente, è cercato e sviluppato da tanti che sentono di essere costretti dal bisogno o da altri che tendono ad aumentare più facilmente i propri guadagni. L’illecito, allora, diventa inevitabilmente campo di azione della camorra che e-stende facilmente il suo controllo su tutto ciò che non risponde alle leggi della comunità civile.
L’abitudine all’illecito, come si è detto, nasce spesso dalle necessità dettate dal bisogno di sopravvivere e, non solo favorisce l’affermarsi dell’organizzazione malavitosa, che estende così il suo controllo sulla società, ma, purtroppo, sviluppa una mentalità di sottomissione ai pre-potenti che, di conseguenza, porta ad un modo di adattarsi alle ingiusti-zie che non lascia spiragli di libertà nel partecipare alla vita sociale.
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5. L’abitudine all’illecito, abitudine alla sottomissione
“Peccato ancor più grave è la mentalità mafiosa, anche quando si e-sprime nei gesti quotidiani di prevaricazione e in una inestinguibile sete di vendetta”, hanno dichiarato i Vescovi siciliani in una lettera intitolata “Convertitevi”, scritta per commemorare i venticinque anni dall’appello gridato dal Papa San Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 marzo 1993.
La mentalità mafiosa, o camorristica, su cui si innesta facilmente il po-tere dei gruppi organizzati di malavita, vive nell’ordinarietà, nei gesti e nelle situazioni di quotidiana prevaricazione: azioni e situazioni che ordinariamente non suscitano scandalo o reazioni, se non una sempre silenziosa e rabbiosa rassegnazione.
Tutti conosciamo o abbiamo sentito o, forse, anche visto o subito atteg-giamenti di prepotenza irragionevole, dove la fatica di tentare un dialo-go è sembrata tanto impossibile da rinunciarvi.
Troppo spesso, è stato, ed è ancora così:
per l’assurdità della violenza sulle donne e sui più deboli, per il bullismo di adolescenti e di adulti irresponsabili;
per la rassegnazione a ricevere la possibilità di un lavoro come un favore da restituire, e ad accettarlo a qualsiasi condizione;
per la pretesa estorsiva della malavita di presentarsi ad offrire pro-tezioni alle attività produttive e, addirittura, a controllare la tranquillità di un territorio;
per lo sfruttamento del lavoro, cosiddetto “in nero”;
per la drammatica, sempre più ampia, diffusione di forme di picco-la usura da marciapiede;
per lo sfruttamento di ogni situazione di difficoltà usata come occa-sione di ricatto e di speculazione sulla vita delle persone anche nelle sofferenze e nelle malattie;
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per il mercato delle droghe che annullano la persona e per il gioco d’azzardo che, anche quando non è clandestino, con le sue ab-baglianti illusioni calpesta e distrugge la dignità umana;
per il turpe mercato della prostituzione in tutte le sue tristi modali-tà;
per lo scoraggiante sospetto di infiltrazioni o di collusioni di inte-ressi e per le possibili forme di riciclaggio di denaro provenien-te da affari illeciti;
per lo sciacallaggio sugli interventi per gravi calamità sul territorio nazionale.
Non nascondo un profondo senso di smarrimento quando sento dire di forme di corruzione messe in atto per superare le prove di concorso per un’assunzione al lavoro in enti pubblici. Se questo, come sembra in alcuni casi, fosse vero, viene da chiedersi: come si potrà pretendere incorruttibilità da chi, proprio grazie a forme di corruzione, è entrato in un ruolo di servizio sociale?
Forse l’elenco potrebbe continuare.
6. L’abitudine all’illecito inquina la vocazione a custodire la terra
Nel discorso sull’abitudine all’illecito, che condiziona tanto tristemen-te la vita della nostra società, non si può evitare un’ultima considera-zione sulla realtà ambientale, sul rapporto con la natura in cui viviamo e che, forse, guardiamo con attenzione solo quando subiamo o temia-mo le conseguenze nocive dell’inquinamento che noi stessi abbiamo causato.
Come cittadini e come credenti dovremmo vivere la consapevolezza di essere chiamati ad una più vera attenzione all’ambiente, a riconoscere nel creato la presenza e la bontà del Creatore, e a maturare un atteggia-mento di reale rispetto e di custodia della vita che ci è stata donata.
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La nostra terra soffre per l’inquinamento causato da gravi forme di sversamento di sostanze nocive nell’ambiente, nell’aria, nei campi col-tivati, nelle acque. Purtroppo anche nella nostra realtà più ordinaria, nelle cose della vita quotidiana mostriamo poca attenzione e scarsa re-sponsabilità verso l’ambiente. Infatti, se può essere vero che gettare l’immondizia sulle strade non è la più grave tra le cause di inquina-mento, è anche vero che proprio nei piccoli gesti quotidiani mostriamo di essere condizionati dalla logica camorrista della prepotenza a danno del bene comune. Gesù ha detto: “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco con-to, è disonesto anche in cose importanti” (Lc 16,10).
Mons. Antonio Di Donna, Vescovo di Acerra, nel ricevere il premio Don Diana, nello scorso 4 luglio 2018, ci ha ricordato che la “cosiddetta Terra dei fuochi non è un luogo, ma un fenomeno” e che “la questione ambientale è nazionale non locale”, che, quindi, soprat-tutto per la Chiesa e per i cristiani, e anche per tutta la società “non si tratta semplicemente di ambiente, ma di custodia e salvaguardia del creato”. Se il problema ambientale “non è un luogo, ma un fenome-no”, vuol dire che è anzitutto un problema di pensiero, di volontà, di atteggiamenti umani che rimangono incapaci “di creare – come scrive Papa Francesco - una nuova mentalità che pensi in termini di comuni-tà, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni” (EG 188).
In continuità con quanto vissuto e offerto da Don Peppe Diana, il no-stro impegno di cristiani, e di uomini di buona volontà, dovrà sviluppa-re un sempre deciso e chiaro rifiuto di ogni forma di prevaricazione e di egoismo; dovrà evitare che il nostro stesso vivere quotidiano sia se-gnato da atteggiamenti di prevaricazione e di mentalità camorrista. Con la speranza e la determinazione profetica dell’amore che viviamo per il nostro popolo, dovremo saper essere coloro che con libertà
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d’animo riconoscono e denunciano il male in tutte le sue forme e so-prattutto annunciano, con la parola e con la fedele testimonianza di vita personale, la vocazione di tutti e di ciascuno a vivere il bene come figli di Dio.
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III - Uniti nella testimonianza
7. Testimoniare contro la mentalità camorrista
Come interpretando un comune senso di speranza, Monsignor Fernan-do Angelino, nei giorni immediatamente successivi all’uccisione di Don Peppino Diana, sul quotidiano “Avvenire” scrisse parole traboc-canti di affetto e di fiducia: “Tu sei morto perché il tuo paese, il terri-torio, la società potesse trovare la forza per cambiare. Ora spetta a noi cambiare per non far continuare a morire il Bene nelle nostre ani-me”. In queste parole sembra riassunto ciò che tanti, in quel momento avvertivano: la speranza, forte come un impegno, che il desiderio di Don Peppe di cambiare, di orientare più decisamente la vita della no-stra gente verso la giustizia, verso il bene, fosse come “la fiaccola ac-cesa… alimentata dalla volontà di liberarsi da tutto ciò che uccide la dignità dell’uomo”. Quella fiaccola, scriveva Monsignor Angelino, è ora passata nelle mani dei confratelli sacerdoti, dei giovani, degli uo-mini e delle donne che in ogni tempo “desiderano veder fiorire una nuova stagione”.
Effettivamente possiamo riconoscere che il sacrificio di don Peppino è stato come un discrimine, come un ineludibile momento in cui nella storia è avvenuto un cambiamento di prospettiva e di orizzonte di valo-re. Un momento della storia che, per tanti, rimane come una rinnovata vocazione ad amare questa terra, ad impegnarsi per donarle la dignità
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della giustizia e perché in essa gli uomini possano vivere il bene come figli dell’unico Padre.
Il tempo trascorso in questi venticinque anni ha permesso a molti citta-dini, e a molti cristiani, di rialzare lo sguardo, di riprendere la via se-gnata dalla profezia di Don Peppe, di sentire di poter partecipare di quell’amore che non tace e che, mentre si piega sulle sofferenze del popolo e sui mali di cui è vittima, parla al suo cuore e alla sua mente, si mette al suo fianco per sostenerlo nel camminare insieme verso ciò che è giusto, onesto, vero, umano, verso ciò che permette di vivere, di assaporare, di gustare, di offrire il bene; verso ciò che può far tornare la nostra terra alla sua vocazione di Campania felix, terra feconda di vita. Come ha scritto Giovanni Solino, in questi anni l’impegno di tanti cittadini ha voluto “Dimostrare che la costruzione di comunità alter-native alla camorra era la voglia e la capacità del popolo di Don Pep-pe di riscattare quelle terre” (G. Solino, La buona terra, La meridiana 2011, pg 32).
Per grazia di Dio, in questi venticinque anni, sono fiorite numerose ini-ziative di associazioni di cittadini e di comunità ecclesiali che, in dialo-go con gli Enti pubblici e con l’intera società civile, hanno testimonia-to la possibilità di dare vita a modalità nuove di organizzazione delle possibilità e delle potenzialità di questo territorio. Soprattutto si è cer-cato di sviluppare un più vivace dialogo sul senso del bene comune e della partecipazione libera e consapevole dei cittadini alla vita della società “per costruire comunità in cui tutti contribuiscano alla libertà e alla dignità di ciascuno”, come ha scritto Don Luigi Ciotti per il Na-tale del 2016.
8. Protagonisti di un dialogo vitale
In questi venticinque anni il cammino non è stato sempre facile, ed è giusto riconoscere che, oltre le spiegabili resistenze incontrate nella realtà sociale, ancora impregnata di mentalità camorrista, ci sono state
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anche delle forme di rigidità che hanno appesantito il dialogo tra colo-ro che, pure, si riconoscevano impegnati nella condivisione dello stes-so obiettivo.
Condizionata da un’iniziale confusione di notizie, e anche da artificio-se illazioni calunniose circa il movente dell’assassinio di don Peppe, la Chiesa locale ha, forse, dato l’impressione di una certa lentezza nell’assumere una posizione di chiara condanna verso tutto ciò che po-teva avere il sapore di camorra.
Allo stesso tempo, però, alla Chiesa è sembrato di non essere compresa nel “suo silenzioso ma vivo interessamento a conservare la memoria”, come scriveva nel 2009, Don Carlo Aversano, ricordando che, oltre la quotidiana azione pastorale, anche momenti di più solenni celebrazio-ni, erano ispirati e vissuti nella memoria, sempre viva, di Don Peppe Diana. Cosi, egli racconta che nel settembre 2008, in occasione della “festa dell’incoronazione della Madonna Maria SS. Preziosa, patrona della cittadina (Casal di Principe)... il Cardinale Sepe, seguito dal no-stro arcivescovo Mario Milano e dal sottoscritto (Don Carlo Aversa-no), ha ricordato il sacrificio di don Peppino… quasi a incoronare il frutto della Vergine Preziosa nel dono della vocazione concretizzatosi in lui” (L. Limoccia M. Diana (a cura di) Petali di vita, Rubbettino 2010, pg 101).
In realtà la sofferta pazienza, che la comunità ecclesiale locale ha vis-suto nella sua quotidiana attività pastorale, non è mai stata remissività davanti al male ed alla camorra. In tutte le sue attività, la Chiesa ha cercato di sviluppare una continua, quotidiana vicinanza, un’attenta presenza nella vita del nostro popolo, nell’annunzio della verità, nel contribuire a formare le coscienze con la luce del Vangelo.
Allo stesso modo, come si è detto, in ambito più sociale, è stato impor-tantissimo il ruolo che hanno svolto i Comitati e le numerose Associa-zioni di fedeli e di cittadini, che, ispirandosi alla figura di Don Peppe Diana, hanno espresso un agire più deciso nel sollecitare la nostra gen-
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te ad un cambiamento di mentalità, nel condannare ogni forma di ille-galità e di prepotenza camorrista, nel promuovere attività di educazio-ne alla legalità e alla partecipazione democratica, nell’organizzare po-sitive forme di riutilizzazione dei beni confiscati alla camorra.
È vero che, pur nella stima e nel rispetto reciproco, a volte, l’ansia del cammino o la sicurezza nelle proprie affermazioni, o la fiducia nell’efficacia delle proprie proposte ha generato qualche incomprensio-ne. Ma è anche vero che, come in tutti i passaggi che nella storia sono segnati da eventi emotivamente forti e coinvolgenti, forse anche per tutti noi è stato necessario un tempo di decantazione, di dialogo e di confronto di esperienze per aiutare tutti a comprendere che la vita e la testimonianza di Don Peppino Diana non poteva essere compresa guar-dando o esaltando soltanto qualcuno degli aspetti della sua personalità.
Proprio in questo possiamo riconoscere che è proprio della profezia il proporre visioni tanto ampie, nell’annunzio di un bene più grande, da sfuggire ad ogni interpretazione che voglia limitarla all’affermazione di una parte contrapposta ad altre.
9. Riconoscere e sostenere la profezia
Il cammino di questi anni ci ha insegnato a riconoscere che tutti abbia-mo bisogno gli uni degli altri: che è profezia l’annuncio di metodi e di nuove forme di attività proposte da diverse Associazioni di cittadini e che è profezia lo sguardo attento, a volte anche prudente, della Chiesa, teso a non produrre lacerazioni o strappi difficilmente, poi, ricucibili.
Il sogno di un’umanità libera e consapevole nel partecipare allo svilup-po della vita del mondo è la meta comune per tutti coloro che ricono-scono in Don Peppe Diana un testimone nella ricerca della verità e un sacerdote che ha vissuto nella Chiesa e con la Chiesa la fedeltà alla ca-rità di Dio e alla giustizia tra gli uomini. Questo sogno, aldilà di ogni giudizio o di ogni altra attenzione, deve poter generare condivisione
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nel cammino e dialogo fecondo di novità di vita, incoraggiamento e sostegno allo sforzo di ciascuno.
Dobbiamo imparare a vincere la tentazione di assolutizzare atteggia-menti e giudizi, che invece di riconoscere il positivo offerto nella pro-posta dell’altro, puntualizzano divisioni e chiusure disperdendo la reale possibilità di collaborare efficacemente nella speranza e nell’impegno per proporre “il nuovo”, “la vita che è il solo bene”.
Come è accaduto a tutti quelli che hanno impresso fortemente il segno della loro presenza nella storia del mondo, e per questo attirano atten-zioni diverse sulla propria persona, anche a Don Peppino Diana è acca-duto che da qualche parte si sia data l’impressione di volerne limitare l’esperienza ad un aspetto particolare della sua vicenda o della sua per-sonalità. Così, a volte, si è legato il suo nome ad un titolo o ad una si-tuazione che, se per un verso lo ha caratterizzato, dall’altro ne ha impe-dito o limitato una conoscenza più ampia e più vera.
È vero, ad esempio, come evidenzia Don Giuseppe Sagliano nel suo libro “Solo un prete”, che Don Peppe Diana non può essere indicato solo come “un prete anticamorra”, e che non si può ridurre la sua espe-rienza e la sua attività solo a questo tipo di impegno, ma è altrettanto vero che nessun prete, mai, nel suo più ampio impegno pastorale e nel-la sua vita spirituale, potrà passare accanto al male, che è anche la pre-potenza e l’illegalità della camorra, e restare indifferente a quel pecca-to che soffoca l’anelito di vita delle creature di Dio Padre. Lo spiega lo stesso Don Giuseppe Sagliano riconoscendo che Don Peppe Diana era “solo un uomo di chiesa che lottava accanto alla propria gente, per la pace, per la legalità, per la necessità di godere di diritti negati da poli-tici collusi e camorristi” (G. Sagliano, Solo un prete, Gnasso Ed., 2018, pg. 85).
Sarà necessario, allora, sviluppare un dialogo sempre più sincero e se-reno perché, tutti insieme, possiamo camminare ed aiutare la nostra gente a crescere nella verità, a cogliere i molteplici aspetti della verità,
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a conoscere in maniera vera il sacerdote Don Peppe Diana ed il suo messaggio, che è stato un messaggio evangelico.
Il messaggio lanciato da Don Peppe Diana continua a chiamare tutti, Sacerdoti e Fedeli laici, Associazioni di cittadini, Politici e Ammini-stratori pubblici, ad essere profeti: profeti che amano il loro popolo, che sentono con passione l’appartenere al proprio popolo, che vivono come un mandato missionario il cercare ciò che fa vivere il nostro po-polo e lo aiuta a camminare insieme.
La storia insegna che i grandi movimenti di rinnovamento della società sono avvenuti per l’annunzio profetico di una speranza coinvolgente. Mai l’umanità si è messa in cammino perché sostenuta da abbondanza di mezzi o da logiche esaustive di ogni motivazione.
Abbiamo bisogno di profezia, anzi, di profeti che si mettano in cammi-no davanti al nostro popolo e con il nostro popolo. La profezia, infatti, è sempre un guardare e riconoscere i tanti segni di speranza, un orien-tare con fiducia ogni pensiero e ogni sentimento alla perenne novità del bene. La profezia non si ferma ad elaborare posizioni che, per essere minuziosamente distinte, finiscono per estenuare inutilmente ogni pos-sibile slancio. La vocazione ad essere profeti di un tempo nuovo per una vita degna dell’umanità, per una vita degna dei figli di Dio ci deve rendere capaci di un dialogo sempre accogliente, ci deve rendere atten-ti a riconoscere la validità delle istanze e dell’impegno di ciascuno, a rispettare e sostenere ogni azione che sia propositiva di novità feconda di bellezza e di bontà.
È in questo atteggiamento di vivace apertura al dialogo quella “ministerialità di liberazione, di promozione umana e di servizio”, di cui parlava Don Peppe Diana con gli altri Sacerdoti nel Natale del 1991. E aggiungeva: “Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento, certamente di realtà, di testimonian-ze, di esempi per essere credibili”.
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10. Poiché il cielo rosseggia
Nel marzo del 2014, in occasione del ventesimo anniversario dell’uccisione di Don Peppe Diana, come Diocesi sentimmo di dover rileggere il percorso che si era sviluppato nel tempo e aprire il cuore e la mente a riconoscere, nella fecondità dell’impegno generoso di tanti, quei segni con i quali il Signore ci indicava la strada da percorrere.
In quell’occasione ci lasciammo guidare da quella pagina del Vangelo in cui si racconta che Gesù, ad alcuni che, come prova della sua verità, gli chiedevano un segno dal cielo, rispose: “Quando viene la sera dite: Sarà bel tempo perché il cielo rosseggia…” (Mt 16, 2).
Gesù volle esortare i suoi ascoltatori ad essere attenti e a saper “interpretare i segni dei tempi” (Mt 16,3). Da sempre, infatti, sia con i dati dell’esperienza vissuta quotidianamente, sia con i risultati di più elaborate ricerche scientifiche, l’umanità ha cercato di prevedere le e-voluzioni delle condizioni climatiche per poter organizzare le proprie attività e la propria vita. Sapienza più grande, però, per l’umanità è il saper comprendere e discernere i dinamismi della storia del mondo: interpretare lo sviluppo del pensare e del sentire; temere, come l’avvicinarsi di una tempesta, il rafforzarsi dell’egoismo e del male; guardare con fiducia il nascere di speranze più grandi .
Come Chiesa di Aversa, allora, dicemmo che “Con Gesù anche noi guardiamo i segni del rinascere della nostra terra, delle nostre comu-nità nelle quali vogliamo essere partecipi di una nuova primavera di vita. Così vogliamo essere vicini ai tanti che si impegnano nel servizio della società e cooperano al bene comune; ai tanti che tendono a so-stenere chi non ha alcun sostegno o tutela alla propria crescita e alla propria vita; ai tanti che testimoniano e propongono un’appassionata attenzione alla pulizia da ogni inquinamento ed alla cura rispettosa e amorevole della nostra terra; ai tanti che mostrano coerenza nel vive-re con onesto senso della giustizia il proprio impegno di cittadini”.
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Oggi, passati ancora cinque anni, sentiamo di confermare la speranza che la nostra comunità, ecclesiale e civile, pur con le rinnovate diffi-coltà del tempo che stiamo vivendo, sia desiderosa di continuare a scrutare “i segni dei tempi”, e, nei fermenti e nelle speranze di vita, che riconosce presenti nel cammino quotidiano del nostro popolo, voglia accogliere la voce di Dio che chiama ed invita a seguire il suo Figlio Gesù, l’uomo nuovo.
Il fiorire di tante forme di volontariato, l’impegno ad associarsi per partecipare attivamente ed in maniera propositiva al dialogo civile, la ricerca di dialogo con le Istituzioni e tra le Istituzioni, la diffusione di una più condivisa cultura della legalità, il coinvolgimento sempre più ampio di cittadini nella custodia del creato e nel rispetto dell’ambiente, una rinnovata attenzione alla cultura, tante positive forme di accoglien-za e di integrazione per gli stranieri immigrati, sono i segni che la no-stra comunità è in cammino e che, dall’assassinio di Don Peppe Diana, ancora tra tante difficoltà e contraddizioni, si è avviato un cammino nuovo verso le mete che i “segni dei tempi” propongono a tutta l’umanità.
In queste forme di vitalità nel bene e nel giusto, riconosciamo i segni della speranza che il nostro popolo esprime come volontà di crescere e di vivere, di uscire dall’immobilismo cui lo condanna la mentalità e la violenza camorrista, di poter condividere con il mondo, ormai globaliz-zato, nuovi dinamismi di crescita umana, spirituale ed economica. Ve-ramente, come scrisse Don Maurizio Patriciello nel 2014, quasi parlan-do direttamente a Don Peppino nel ventennale della morte: “Il tuo im-pegno, il tuo coraggio, il tuo sangue hanno marchiato a fuoco il nostro territorio. Dal tuo seme marcito nella nostra bella terra campana sono nate spighe meravigliose” (M. Patriciello, Caro Don Peppino Diana, tu ci hai cambiato, IL SUD ON LINE 19 marzo 2015).
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IV - Con Don Peppino Diana sulla strada
della giustizia e della pace
11. L’amore sempre inquieto di un cuore sacerdotale
Non ho avuto la possibilità di conoscere personalmente Don Peppino Diana. Ho ascoltato molti che ne parlano per averlo conosciuto, e ho letto ciò che tanti ne hanno scritto. Ho letto ciò che anche lui ha scritto e, soprattutto, ciò che egli ha scritto di sé. Non so se questo sia suffi-ciente a conoscere veramente la sua personalità. Mi sono posto in at-teggiamento di ricerca, ho incontrato testimonianze e raccolto indica-zioni diverse, a volte anche in contrasto tra loro, ma essendo emotiva-mente meno coinvolto di chi lo ha conosciuto personalmente e gli è stato vicino, credo di aver potuto più facilmente ascoltare, mettere a confronto le voci ed essere attento a non assolutizzare una forma o una situazione, ma a cercare di riconoscere, nella complessità degli atteg-giamenti della persona, l’orientamento unitario del pensiero, dei senti-menti e della volontà di Don Peppe. Ovviamente, in un modo o in un altro, sempre rimane il rischio di fermarci a guardare solo un aspetto o di fissare solo in un tratto del carattere la vita di una persona: insom-ma, di assolutizzare un atteggiamento o un pensiero e poi identificare solo in quel modo colui del quale si parla.
Sapientemente Papa Francesco, nell’Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate”, riprendendo, con l’immediatezza del suo linguaggio, il tradizionale insegnamento della Chiesa sulla comune vocazione dei
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credenti alla santità, invita a non pensare solo ai santi “già beatificati o canonizzati” (GE 6), ma a vedere “la santità della Chiesa militante… di quelli che vivono vicino a noi” (GE 7). Per questo spiega, che “non con-viene soffermarsi sui particolari, perché lì possono esserci anche erro-ri e cadute… ciò che bisogna contemplare è l’insieme della sua vita… quella figura che riflette qualcosa di Gesù Cristo e che emerge quando si riesce a comporre il senso della totalità della sua persona” (GE 22).
Come per ogni altro essere umano, la personalità di Don Peppe Diana, si può riconoscere nei suoi atteggiamenti, in ciascuna delle sue parole o delle sue azioni. Tuttavia, come per ogni altro essere umano, bisogna sempre considerare che la persona supera ed è ben oltre ciò che appare nei singoli episodi o nel limite di una forma in cui si potrebbe pensare di poterla definire e quasi limitare. Come per ogni altro essere umano, in ciascuno dei momenti che egli ha vissuto ha rivelato qualcosa di sé e, aldilà di ciò che poteva apparire più o meno condiviso dall’interlocutore, ha chiaramente espresso la meta, la verità a cui guar-dava, che sentiva di voler cercare e che desiderava vivere.
Alla fine del periodo di formazione in Seminario, come tutti coloro che si preparano al sacerdozio, Don Peppe scrisse quello che si chiama il proprio “profilo vocazionale”. In esso, poté raccontare se stesso, poté presentare ciò che sentiva di essere, le esperienze che lo avevano ac-compagnato nella crescita e soprattutto la speranza cui guardava. Nelle numerose pagine che componevano quel suo “profilo vocazionale”, egli delineò con viva consapevolezza i lineamenti del suo carattere, ma soprattutto indicò, con coraggio e con speranza, la sua piena disponibi-lità al Signore Gesù Cristo, al Vangelo che voleva accogliere come lu-ce unica e vera per il suo cammino.
Il racconto di Don Peppino Diana iniziò con il riconoscere che i segni della vocazione, pur nei limiti del suo carattere, erano stati presenti fin
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dai suoi primissimi anni di vita, quando frequentava la scuola Materna, o dell’Infanzia, presso l’Istituto delle Suore di Sant’Anna in Casal di Principe. In particolare raccontò di una sua maestra, Suor Anna An-dreina, che, egli scrisse:“mi fu vicina col suo affetto e pose in me i pri-mi germi della scelta vocazionale. Fu lei ad istruirmi e guidarmi nei primi passi del cammino vocazionale”. Non temendo di dire la verità su se stesso, Don Peppe precisò che la stessa Suora: “Affermava sem-pre che io ero molto irrequieto ma attento e diligente”. Riconoscendo, però, che quella sua infantile irrequietezza rivelava un tratto della sua personalità, subito aggiunse: “Solo ora capisco cosa voleva dire ‘irrequieto’: ricerca del perché della mia fede”.
Come chi rilegge il vissuto ritrovando in esso ciò che, con cosciente consapevolezza, sente di vivere ancora nel presente come caratteristica propria della sua persona, Don Peppe affermò che ciò che, agli occhi della sua Maestra, lo faceva apparire “irrequieto” e, forse, poco gestibi-le nella linea dell’insegnamento tradizionale, era, invece, già un segno di quello che sarebbe maturato come un suo ordinario atteggiamento di ricerca, era già l’affermazione di un bisogno, mai veramente soddisfat-to, di verità, ovvero di spiegazioni che non tendessero semplicemente a chiudere un discorso, ma che, piuttosto, fossero come un invito, un’aprirsi ad orizzonti nuovi, come una chiamata a conoscere ancora la grandezza della vita per poterne essere protagonisti. È vero: si potrebbe dire che è proprio di tutti i bambini l’insistere nel proporre domande che, a volte, imbarazzano gli adulti. Mi pare, però, significativo che Don Peppe, da adulto, alla fine del percorso di formazione, ricordi un momento della sua infanzia e in esso rilegga con serenità quello che considera un tratto importante e irrinunciabile del suo essere.
Leggendo il suo “Profilo vocazionale”, quindi raccogliendo da lui stes-so il racconto della sua esperienza di vita e di vocazione, ci si accorge che Don Peppino Diana non ha mai nascosto o negato la sua irrequie-tezza, l’inquietudine interiore con cui ha affrontato la diversità delle
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situazioni e dei passaggi della sua storia personale. La sua è stata l’inquietudine di un’anima che, spesso con moti piuttosto impulsivi, ha espresso un fondamentale orientamento a cercare il giusto della vita, a vivere anche repentini cambiamenti, a non sentirsi mai soddisfatto del-la tranquillità di situazioni ritenute consolidate e come inutilmente im-mutabili.
Così, Don Peppe raccontò di essere entrato in Seminario ad Aversa già all’età della Scuola Media, di aver avuto ottimi educatori ma di aver maturato la decisione di uscirne mentre era studente liceale. In realtà, lasciò il Seminario nel momento in cui avrebbe dovuto iniziare gli stu-di teologici a Roma. Egli narrò che in quel momento sentì di essere “preso da una specie di paura, poi meglio definita come crisi religio-sa”. Così cambiò completamente l’orizzonte della sua vita e si iscrisse all’Università pensando di frequentare la Facoltà di Ingegneria, ma… “L’ansia di Dio mi attanagliava”, scrisse ancora nel Profilo vocazio-nale e, passati alcuni mesi, “… certo con l’aiuto della Madonna, dopo un lungo colloquio con il Vescovo, decisi di ritornare in Seminario”.
“L’ansia di Dio” maturò nel giovane seminarista fino a poter vivere un fiducioso abbandono alla sua presenza di Padre anche quando la sua fede fu scrollata dall’inquietudine per lo scontro con le drammatiche debolezze e le sofferenze in cui sempre vive l’umanità. Così, egli anco-ra raccontò che, nello slancio con cui voleva corrispondere alla voca-zione all’apostolato sacerdotale, sperimentò un profondo turbamento per la morte di due persone care “che mi ha fatto riflettere e pregare con sofferenza sul senso della vita”, mentre, di fronte all’immane sconvolgimento causato dal terremoto del 1980, si chiedeva: “Come essere prete ed annunciare la speranza a chi ha perso tutto?”.
Anche in queste parole, come in ciò che di lui diceva la Suora, sua Ma-estra, potremmo riconoscere le domande che attraversano ordinaria-mente la vita di ogni sacerdote, che risuonano nella sensibilità di ogni credente.
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Oggi, possiamo dire che, con l’intensità e con l’inquietudine che lo ca-ratterizzavano, Don Peppe ha risposto alla vocazione a volgere in alto lo sguardo del cuore e della mente per incontrare il volto di Dio, per affidarsi a Colui che si è rivelato come l’unico Padre “che ti ama e che di te ha cura in modo ineffabile”, come egli aveva scritto.
Con grande libertà di cuore, davanti all’amore infinito di Dio, Don Peppino seppe riconoscere la realtà del proprio essere peccatore e la grazia di potersi aprire ed affidare a Lui: “In questa dimensione di a-more filiale verso il Padre comprendo il mio peccato, la mia incoeren-za, la mia infedeltà e mi sforzo di offrirle a Lui, accettando me stesso come peccatore, per essere purificato e rinascere nel suo amore…”. Per questo egli scrisse che “la preghiera – deve essere - come un loda-re e vivere con il Vivente…” e “… i sacramenti come segni che comu-nicano il suo amore a me che devo trasmetterlo; la vita come un vivere già per il Regno e annunziarne la venuta…”.
12. L’inquietudine porta per la conversione e la profezia
L’inquietudine è propria del profeta, del credente che non si accontenta di salvaguardare la propria incolumità, che non chiude il cuore nello spazio limitato e soffocante di un’omertosa forma di tranquillità perso-nale. Nella parabola del “Buon Samaritano” (Lc 10,25-37), Gesù ci ha narrato di tre persone che, facendo la stessa strada, si trovarono davanti alla stessa situazione: un uomo derubato di tutto, bastonato e abbando-nato a terra, forse in pericolo di perdere la vita. I primi due, sollecitati dai propri interessi e dominati dalla paura, voltarono lo sguardo dall’altra parte e si allontanarono velocemente, quasi fuggirono da quel luogo. Il terzo, sentì dentro di sé tutta la drammatica sofferenza di quell’uomo sconfitto e si avvicinò e se ne fece carico. Forse anche per lui, davanti ad una situazione difficile e incerta, sarebbe stato quasi na-turale cercare un rifugio per la propria tranquillità. Volle, invece, a-
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scoltare quell’inquietudine del cuore che non si rassegna alla morte, che in ogni morte sente la propria morte. Di fronte al vile silenzio in cui, sola, galleggia l’ingiustizia volle annunciare l’inquieto coraggio della giustizia.
Ancora nell’Esortazione Apostolica “Gaudete et exsultate”, Papa Fran-cesco, dice: “Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una crea-tura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!... Questo implica per i cristiani una sana e permanente insoddisfazione” (GE 98, 99).
La sana e permanente insoddisfazione, di cui parla il Papa, è l’atteggiamento ordinario di una fede autentica, di una fede che cerca la presenza di Dio per vivere con Lui, e tiene desto il cuore del creden-te ad annunciare la vita, a testimoniare il bene dove incontra quelle si-tuazioni di peccato e di morte in cui soffoca l’umanità.
L’inquietudine, l’insoddisfazione tengono desta l’umanità, la chiamano ad una reale conversione.
Così, mi pare di poter dire, ha vissuto la sua fede Don Peppe Diana, nell’inquietudine che lo chiamava ad una continua conversione delle sue attenzioni verso le situazioni che la vita stessa, provvidenzialmente gli veniva a proporre.
Come è accaduto ad ogni profeta, l’insoddisfazione per una realtà uma-namente tanto ingiusta, gli ha fatto sperimentare, potremmo dire che gli ha fatto sentire nella sua stessa carne, la distanza incolmabile che
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separa la giustizia dall’ingiustizia, la vita dalla morte, la luce dell’amore dalle tenebre dell’egoismo e, come il Samaritano della pa-rabola, lo ha coinvolto pienamente, lo ha convertito ad andare incontro, ad attraversare quella distanza, a percorrerla tutta, a condividere e so-stenere, con la sua speranza, la speranza di un’umanità mortalmente sfinita, abbandonata alla prepotenza della spietata logica della camorra.
Come nel Samaritano che cambia il suo itinerario, che converte il suo tempo per andare accanto al Giudeo, in Don Peppino Diana, come in ogni credente che orienta la sua attenzione alla vita dell’altro uomo, possiamo riconoscere un’immagine del Messia, del Cristo, di Gesù, di Colui che, obbediente all’amore del Padre, è venuto tra noi, ha attra-versato l’infinito per venire accanto a coloro che si dibattono triste-mente nelle ombre del peccato, nell’assurda rassegnazione al male e alla morte.
È vero: l’inquietudine, l’insoddisfazione, a volte possono essere confu-se con una certa insofferenza, ma, è anche vero che possono essere se-gno di un intenso e autentico amore alla vita, della speranza di chi cer-ca e propone nuove attenzioni, di chi vuole stimolare, sollecitare a cre-scere in una più fedele partecipazione di amore alla vita.
Ancora nel suo profilo vocazionale, Don Peppino ci ha offerto la più efficace descrizione di se stesso, del suo costante tendere alla conver-sione, del suo voler essere sempre, pienamente con il Cristo Signore. “La mia spontaneità mi fa apparire a volte agli occhi degli altri come un superficiale, nascondendo quel mondo interiore di riflessione e di introspezione che sta alla base del mio carattere… Sono molto attac-cato alla mia terra con la sua tradizione. Questo si riflette nel mio ca-rattere immediato, focoso e chiassoso. In certe situazioni questo fatto mi porta ad avere un modo poco raffinato di rapportarmi alle perso-ne… Cerco di essere il più possibile onesto con me stesso imparando dal Cristo: «Impara da me che sono mite ed umile di cuore» (Mt 11,29)”.
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13. Prete con la passione di scontrarsi con gli altri e di viverci
Insieme
“Chi è don Peppe?” chiese l’uomo che, entrato improvvisamente nella sacrestia della chiesa di San Nicola in Casal di Principe, alla risposta “Sono io Don Peppe”, sparò quattro colpi di pistola al sacerdote che si apprestava a celebrare la Messa del mattino, e lo uccise alle 7,30 del 19 marzo 1994 (cfr. R. Sardo, Don Peppe Diana, un martire in terra di camorra, ed. Di Girolamo, 2015).
Se è vero, come è vero, che la mafia, la camorra non agiscono mai a caso e che quando colpiscono una loro vittima studiano i tempi e le modalità perché quell’azione rimbombi come un avviso minaccioso della loro prepotente presenza su un territorio, su un ambiente, su una popolazione, la scelta del giorno onomastico di Don Peppe, del luogo e del momento particolare della giornata, sembrano dire che lo si è volu-to colpire nel suo essere sacerdote, nel suo essere anzitutto sacerdote, senza alcun’altra difesa che una Chiesa dalle porte aperte.
Quella domanda, ha scritto G. Solino, “Ebbe, al contrario l’unica e naturale risposta che quel prete era capace e sempre pronto a dare: «Sono io!»” (G. Solino, La buona terra, pg. 31).
Don Peppe Diana diede la risposta propria di chi, davanti alle domande della vita, e a chiunque le ponesse, non ha mai tentato di nascondersi, non ha usato giri di parole per cercare di confondere l’altro e salvare se stesso. Con l’impetuosa immediatezza del suo carattere, e con il suo modo di interpretare il ministero sacerdotale, Don Peppe si è mostrato sempre disposto ad affrontare in prima persona le situazioni che incon-trava, a non eluderle ma a coinvolgersi in esse cercando ciò che poteva farle maturare verso il loro sviluppo più positivo.
L’azione di un sacerdote è sempre azione pastorale, cioè attenzione a
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proclamare la verità e la giustizia con la potenza della carità, ovvero con l’ansia di chiamare alla vita, di coinvolgere nella fecondità del be-ne, nella salvezza che viene dalla volontà di Dio anche chi se ne è an-dato lontano. Nell’azione pastorale della Chiesa e dei suoi sacerdoti risuonano sempre le parole che il Profeta Ezechiele pronuncia in nome di Dio: “Io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta e viva” (Ez 33,11).
L’azione pastorale, però, non è mai una strategia studiata per raggiun-gere un risultato quantizzabile, né un semplice cercare di usare le op-portunità di un certo momento per raggiungere un obiettivo predeter-minato.
L’azione pastorale coinvolge tutta la persona, è la tensione che orienta ogni attimo ed ogni situazione della vita di colui che è chiamato ad es-serne ministro. In questo senso ho trovato assai efficace il titolo di un breve commento, a firma del salernitano Rino Mele, pubblicato su un quotidiano nazionale all’indomani dell’assassinio di Don Peppe: “Indimenticabile febbre da prete”.
In quello scritto, dopo aver detto che fare il prete significa non riuscire a sfuggire alla presenza di chi soffre, l’autore affermò che dalla lettura dei giornali di quei giorni gli pareva di vedere Don Peppe come “il prete dei diseredati, giocarsi la vita e la morte con lo stesso impeto di quando, seminarista, tirava calci ad un pesante pallone e liberava la sua voglia di vivere, la sua passione di scontrarsi con gli altri e di vi-verci insieme”.
Come due antipodi, lo scontrarsi con gli altri e il desiderio di viverci insieme potrebbero apparire realtà inconciliabili tra loro. L’azione pa-storale di un ministro della Chiesa, però, sulla via tracciata dal Mae-stro, Gesù, vive come una tensione sempre attiva tra questi due poli: lo scontro ed il desiderio.
Lo scontro, teso come in una gara, per affermare il giusto e la carità come sola via di vita per l’umanità contro chi, invece, cerca soltanto
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sazietà al proprio egoismo. E il desiderio, sognato come una vittoria, di conquistare l’altro alla verità per averlo, finalmente, alleato e poter camminare insieme sull’unica via della vita.
Ciò che lega lo scontro e il desiderio, ciò che, anche in Don Peppino Diana, ne fa momenti di un unico dinamismo di vita, è la passione, la passione propria dell’animo di un sacerdote che proietta tutto se stesso, ogni pensiero e ogni agire in una speranza pastorale, ovvero nella pos-sibilità di far crescere la vita in tutti coloro per i quali il discepolo del Cristo sa di essere stato chiamato ad annunciare la salvezza. È la pas-sione che Gesù ha testimoniato quando, a coloro che sembravano sor-presi o scandalizzati perché si incontrava a tavola e mangiava con gen-te ritenuta peccatrice, diceva: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i pec-catori” (Mc 2,17).
Gesù è stato sempre in lotta contro il peccato, contro tutto ciò che sem-pre domina e annulla le più vere possibilità di vita per l’umanità. Ma proprio nei momenti dello scontro in cui Egli condannava il peccato, la sua voce si è alzata, con chiarezza e benevolenza, a chiamare il pecca-tore a partecipare alla grazia della redenzione, a seguire Lui.
Come doveva essere coinvolgente il senso di liberazione, di apertura a nuove vie di vita che la voce del Maestro faceva risuonare nell’anima di uomini e di donne, vittime del proprio peccato e inesorabilmente condannate da un’umanità formale e povera di speranza: “Vai, e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11).
14. Non una conclusione, ma un sempre nuovo inizio
Il 18 febbraio 2011, nel giorno che precedeva il mio ingresso ufficiale come Vescovo della Diocesi in Aversa, volli andare, come primo atto del mio ministero, al Cimitero di Casal di Principe, a visitare la tomba di Don Peppino Diana.
Come ho detto, non avevo conosciuto il Sacerdote ucciso dalla camor-
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ra sedici anni prima, ma in lui sentivo di voler incontrare subito tutti i sacerdoti della nostra Diocesi, di presentarmi semplicemente come fra-tello venuto a condividere il quotidiano peso della fedeltà nell’annuncio della giustizia, nel testimoniare la vita nuova del Vange-lo. In Don Peppe Diana volevo riconoscere l’impegno e la generosità di tanti, sacerdoti e fedeli laici, che in questa nostra terra vivono e do-nano speranza.
Guidato dalle parole dei Vescovi campani, del 1982, e di Don Peppe e dei Sacerdoti della Forania di Casal di Principe, del 1991, sentivo di essere chiamato, per grazia di Dio, ad entrare a far parte di una comu-nità cristiana desiderosa di liberarsi dalla sottomissione a quella “forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione: le mafie sono strutture di peccato” (CEI, Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 2010).
Nel pregare sulla tomba di un sacerdote che, “per amore del suo popo-lo” era stato chiamato a dare la vita, quella mia prima visita aveva il sapore di un proposito, del voler rispondere alla stessa vocazione, dell’inserirmi a continuare un cammino che altri fratelli e sorelle stava-no già facendo con grande dedizione, con sapienza, con la luce della fede e la speranza nella carità.
Per me era l’inizio di un nuovo cammino. Credo che ancora oggi, per tutti noi, il martirio di Don Peppino Diana, e di ogni altra vittima della camorra, anche di chi non è stato ucciso, ma è rimasto impigliato e im-prigionato nelle terribili maglie delle sue reti, risuoni come un invito a camminare con più intensa volontà di testimoniare che solo nel Vange-lo del Signore, nel rispetto e nell’accoglienza di ogni persona umana, si trova salvezza e vita per tutti.
Immediatamente dopo l’uccisione di Don Peppino Diana, e poi ancora in questi venticinque anni, è risuonata frequentemente l’espressione che l’antico Retore romano e cristiano, Tertulliano (155 - 239 dC) uti-
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lizzò per dire che la morte dei martiri non è mai la vittoria di chi li uc-cide, anzi che “Semen est sanguis christianorum” (Apologeticum, 50).
Il sangue dei cristiani è un seme che germina sempre nuovi cristiani perché, egli spiegava ai carnefici dei discepoli di Cristo, la persecuzio-ne chiama i cristiani ad insegnare la fede non più solo con le parole, ma con le azioni, con la propria vita. Proprio il martirio, vissuto come testimonianza di fedeltà e dono della vita, rimane fortemente impresso nella sensibilità di coloro che vi assistono e li coinvolge, li chiama alla ricerca della verità, che non riescono a capire ma che spesso li conver-te. Il martire rimane un grande mistero per i suoi stessi carnefici. È il mistero che il martire non spiega a parole ma vive nella sua persona, è il mistero della sua appartenenza a Dio, del suo vivere in comunione con la presenza e con l’offerta del Cristo, del partecipare con la libertà del Figlio all’amore del Padre per tutta l’umanità.
Di questo mistero, nel 2009, parlò con sapienza Leandro Limoccia ri-volgendosi direttamente a Don Peppino: “sei stato il pastore di un nuovo umanesimo, l’inclusione dell’escluso, il sacramentum tantum, cioè solo mangiare il pane e bere il calice, con la res sacramenti, man-giare il corpo e bere il sangue del Signore significa lasciarsi invadere dalla Sua vita, dal Suo modo di pensare, dalla Sua conoscenza di Fi-glio” (L. Limoccia M. Diana (a cura di) Petali di vita, Rubbettino 2010, pg 10).
Un “nuovo umanesimo”, capace di includere ogni presenza di umanità, è possibile. I credenti lo trovano nel vivere in piena comunione con il Signore Gesù Cristo. Nel grande Sacramento, nel nutrirsi della parola e della presenza di Dio.
Come i Profeti troveremo, anzi costruiremo l’unità nel denunciare e rifiutare il peccato dell’umanità ed il suo male, e più ancora nel vivere e nell’annunciare, con il Vangelo, la liberazione dal peccato, causa di morte, e la speranza di una vita nuova.
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15. Nessuno tradisca la speranza
Carissimi fratelli e sorelle, il venticinquesimo dell’uccisione di Don Peppino Diana, ci invita a riprendere ancora, e sempre in maniera nuo-va, il cammino di verità, di giustizia, di carità, di santità che ogni testi-monianza di vita cristiana, particolarmente nel martirio, esalta agli oc-chi del mondo intero.
Il mondo intero, infatti, l’umanità, la nostra terra, la nostra gente atten-dono, sperano presenze che con il loro vivere siano annuncio di vita.
A distanza di venticinque anni, ci raggiunga l’appello accorato che il Vescovo e i Sacerdoti della Diocesi, riuniti nel Santuario della Madon-na di Briano per il trigesimo dalla morte di don Peppino, rivolsero all’intera popolazione il 19 aprile 1994. “O terra amata che conosci il sudore,le sofferenze e le lacrime della nostra gente; o terra bagnata dal sangue di non pochi tuoi figli, ed ora, da ultimo - che sia veramen-te l’ultimo - dal sangue di un tuo figlio ministro di Cristo e della Chie-sa, spezza la spirale di follia omicida, ricrea spazi di serenità e di fidu-cia per i tuoi giovani, rifiorisci in messe abbondante di giustizia e di pace… Nessuno in mezzo a te tradisca mai più questa speranza”. (cfr. “L’amore è più grande” in F. Angelino E. Rascato (a cura), Nel solco della speranza, LER 1995, pg 61).
Su tutti voi che avrete la pazienza generosa di leggere queste pagine e di volerne dialogare ancora insieme, fraternamente invoco ogni benedi-zione del Signore.
Aversa, 25 novembre 2018, Solennità di N. S. Gesù Cristo Re dell’universo
+ Angelo
Vescovo
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INDICE
I - Profeti per amore
1. Un grido antico: “Per amore del mio popolo non tacerò”
2. L’amore non tace, annuncia giustizia, chiama a salvezza
3. Profeti “preoccupati”
II - Mai rassegnati all’ordinaria sottomissione
4. Non più rassegnati a vivere di illecito
5. L’abitudine all’illecito, abitudine alla sottomissione
6. L’abitudine all’illecito inquina la vocazione a custodire la terra
III - Uniti nella testimonianza
7. Testimoniare contro la mentalità camorrista
8. Protagonisti di un dialogo vitale
9. Riconoscere e sostenere la profezia
10. Poiché il cielo rosseggia
IV - Con Don Peppino Diana sulla strada della giustizia e della pace
11. L’amore sempre inquieto di un cuore sacerdotale
12. L’inquietudine porta per la conversione e la profezia
13. Prete: con la passione di scontrarsi con gli altri e di viverci insieme
14. Non una conclusione, ma un sempre nuovo inizio
15. Nessuno tradisca la speranza