Gli “spiritati” di Aversa e Caserta

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Quando si va contro corrente, schierandosi dall’altra parte e si approva un pensiero diverso da quello della massa, stai certo che si farà di tutto non solo per mettere a tacere, ma anche per non lasciare traccia nella memoria. Così facendo si impedisce lo sviluppo, la crescita che viene dal confronto con l’altro e l’evoluzione nel miglioramento delle proprie idee. Certamente al presente non si avrà difficoltà ad ammetterlo, ma nel 1500 le cose stavano diversamente, soprattutto quando sono rappresentanti altolocati e quindi menti capaci di pensiero proprio a fare scelte fuori dall’ordinario. Di cosa parlo?

Con la scintilla del 31 ottobre 1517, la Riforma di Lutero (della quale di recente si è celebrato il cinquecentesimo anniversario) andò propagandosi negli anni successivi in tutta Europa, inclusa la nostra Italia, attraverso figure del monachesimo, interne al mondo ecclesiale e convinti assertori di una riforma della Chiesa, che avrebbe dovuto porre fine alla «tyrania presente della Curia e dei Cardenalitas», raggiungendo con il suo seme anche la nostra “terra felix”. Paesi questi che nell’ultimo cinquantennio hanno visto crescere la testimonianza evangelica e il proliferare di tante realtà ecclesiali diverse da quella cattolica.

Figura di spicco di questo movimento a Napoli fu il teologo spagnolo Juan de Valdés stabilitosi ivi dalla fine del 1534. Intorno a lui, andò sviluppandosi un circolo di convinti sostenitori, anche per l’azione di alcuni predicatori quali Pietro Martire Vermigli e Bernardino Ochino, desiderosi di riscoprire una fede ricondotta alla sua purezza evangelica. Costoro maturarono dall’erasmismo originario l’idea di una «rigenerazione cristiana tutta spirituale e interiore» e coloro che abbracciavano queste dottrine «con la mutazione della vita furono detti spiritati», o piuttosto “spirituali”. Seppur da più parti la storia ha cercato di convogliarli in un “fenomeno cattolico evangelico”, l’azione dell’Inquisizione dice tutt’altro. Nel periodo (1542-1560), indicato dal Cantimori col termine di “crisi dell’Evangelismo”, gli appartenenti a questa fede religiosa furono costretti a scegliere tra la fuga e il nicodemismo. Durante questo ventennio si visse una stagione straordinariamente intensa dei movimenti riformatori cui corrispose una sempre più repressiva attività, culminata con il massacro di oltre duemila valdesi barbaramente trucidati in Calabria nel 1561 a Guardia Piemontese. Anche le terre casertane possono annoverare martiri dell’Inquisizione.

Alle riunioni napoletane in casa di Giovanni Maria Bernardo, al largo di San Giovanni a Carbonara (luogo particolarmente caro al movimento pentecostale napoletano del secolo scorso) e a quelle organizzate da Scipione Capece, giurista e consigliere del Sacro Regio Consiglio, nel Convento di S. Francesco delle Monache, infatti, prese parte un nobile normanno: Giovan Bernardino Gargano. Nato agli inizi del XVI secolo ad Aversa, apparteneva alla nobile famiglia Gargano (o Galgano) che aveva la signoria di Farignano e Casal di Principe, discendente da Rahinulfo, conte di Aversa e signore di Siponto e del Monte Gargano. I Gargano furono insigniti dell’Abito di Malta nel 1530, possedevano i feudi di Minervino, i marchesati di Frignano e di Montefalcone e il principato di Durazzano. Al proprio interno ebbero anche un cardinale, Gregorio Gargano, nominato da papa Clemente III; un altro Gregorio fu Viceré delle Due Sicilie ed ebbe sotto la sua tutela il piccolo Federico II, futuro imperatore. Ad Aversa la presenza del casato Gargano è attestata sull’organo settecentesco in legno dorato, che sovrasta l’accesso alla sacrestia della chiesa di San Francesco delle monache.

In queste riunioni Gargano conobbe Gian Francesco Alois, detto “il Caserta” dal luogo dei possedimenti della sua famiglia, di antiche origini capuane e poi trasferitasi a Caserta, dove il pensiero riformatore giunse per l’azione anche dell’agostiniano siciliano Lorenzo Romano, che divenne il ponte tra il gruppo valdesiano napoletano e quello casertano. L’Alois è ricordato soprattutto in quanto, avendo sposato Isabella Caracciolo, fu strumento della “conversione” dell’amico e congiunto Galeazzo Caracciolo, marchese di Vico, al valdesianesimo e che successivamente si recherà nella Ginevra di Calvino. L’abitazione di Piedimonte di Casolla è tuttora visibile nella parte alta del borgo, lungo la strada che anticamente conduceva a Casertavecchia passando per Casolla e per S. Pietro ad Montes.

Gargano divenne così abituale frequentatore della dimora casertana di Alois, ed insieme vennero arrestati una prima volta nel 1552 e, chiamati a rispondere dell’accusa di eresia davanti al Santo Officio di Napoli, furono prosciolti solo dopo pubblica abiura. Entrambi vennero però nuovamente inquisiti nel 1562 dal Sartori, vicario della diocesi di Caserta e amico di Alois. Questa volta furono inviati a Roma e dopo un periodo di dura carcerazione trasferiti a Napoli davanti al tribunale ecclesiastico per il processo, terminato con la condanna a morte di entrambi il primo marzo 1564. Tre giorni dopo, la sera del 4 marzo, Alois e Gargano furono trascinati in Piazza mercato a Napoli (alcuni testi sulla storia dell’Inquisizione riportano la data del 24 maggio). In quanto nobili, furono prima decapitati e poi bruciati, come si conveniva per gli eretici. Come il Battista del quale recavano il nome condivisero la decapitazione.

Se non la vita di Gargano, per lo meno la data del 4 marzo meriterebbe uno squarcio, una menzione nella storia della prima contea normanna d’Italia, patria di grandi musicisti e di eccellenze enogastronomiche, e alveo di “spiritati” convinti fino alla morte, le cui vicende, appena accennate, hanno trovato voce nel Dizionario Biografico degli italiani (Edizioni Treccani) e sui siti dedicati agli “eretici”, mentre sono finite nel dimenticatoio dei loro conterranei, si spera non volutamente.